CREDEVO FOSSE NORMALE….ERA BULLISMO

01.04.2017


All'asilo non mi piaceva stare con i bambini miei coetanei. Sono sempre stato molto timido e riservato. 




Alle elementari mi ero creato una cerchia esclusiva di amichetti, quelli più vicini a casa mia, quelli con cui stavo sempre insieme a scuola. Mia madre, però conoscendomi, mi ha sempre consigliato di uscire anche con altri ragazzini, di ampliare il mio gruppo di amicizie, ma io non mi trovavo bene nelle grandi compagnie.

Alle medie le classi cambiarono e io mi creai subito un altro piccolo gruppetto di quattro/cinque amici, escludendo tutti gli altri. A scuola non andavo bene, non mi piaceva studiare e con il tempo iniziarono anche le prime litigate, le prime botte tra compagni di classe. Da quel momento venne fuori il mio carattere irrequieto e vivace. In classe non stavo mai attento alle lezioni, volevo sempre e solo giocare e scherzare.

Al tempo frequentavo judo, l'ho praticato per sei anni, ed ero bravino. I miei amici invece giocavano tutti a calcio e spesso gli raccontavo delle mie gare e vittorie. Loro, però, non perdevano occasione per sminuirmi. Mi prendevano in giro perché a gareggiare nelle competizioni di judo non eravamo in molti e secondo loro non era figo quello che facevo, mi ripetevano sempre che vincere era facile, che non ero bravo. A me dava fastidio, mi sentivo meno di loro, fuori dal branco. Tutti loro facevano lo stesso sport, avevano gli stessi interessi, parlavano delle stesse cose. Io ero fuori, estraneo al loro linguaggio. Mi sentivo a disagio e così per attirare l'attenzione inizio a rompere le scatole. Per questo motivo, da uno dei miei amici stretti, subivo delle gran botte. Mia mamma notando i lividi alle braccia e alle gambe mi chiedeva spiegazioni, ma io cercavo di nascondere tutto dicendo che ero caduto dalla bicicletta oppure mi ero fatto male giocando.

A quel tempo non riuscivo a capire cosa stava succedendo veramente e quindi mi andava bene così, mentre invece era puro bullismo che in futuro condizionò le mie scelte. Quando venivo picchiato, tutti gli altri compagni di classe guardavano e ridevano. Pensavano fosse un gioco, ma a me faceva male, era dolore vero quello. Piano piano iniziai a vedere ogni cosa che mi differenziava dal gruppo come un qualcosa che mi rendeva inferiore a loro, il numero di scarpe, l'altezza, l'età.

Quando tornavo da scuola solitamente mangiavo da solo, mio padre andava al lavoro e mia madre mi faceva compagnia a tavola. Ma con lei non potevo parlare assolutamente di quello che succedeva a scuola, ci avrei fatto una brutta figura se mia mamma si fosse intromessa. Con i miei non c'era molto dialogo, non mi sono mai aperto, non mi interessava parlare delle mie cose con loro. Con mio padre però passavo un sacco di tempo a giocare ai video giochi, anche se questo non ci aiutava a costruire un vero rapporto. Eravamo alienati dal gioco, non parlavamo, in fondo fissavamo solo uno schermo, non ci siamo mai impegnati nel conoscerci fino in fondo.

Alle superiori scelgo di andare all'IPSIA, non avevo voglia di studiare quindi scelsi qualcosa di semplice. Lì faccio amicizia con altri ragazzi, ma continuo ad uscire sia con i miei vicini di casa che con quasi tutti i miei ex compagni delle medie. La separazione, dopo la fine delle medie, ci aveva uniti come mai lo eravamo stati prima. Mi ricordo che ci ritrovavamo sempre in un bar del quartiere e lì iniziarono i primi flirt, i primi aperitivi e alcolici.

Quel primo anno di superiori vengo bocciato e i miei mi spingono a non cambiare indirizzo, facevo l'elettrotecnico perché mio padre aveva esperienza in materia, ma io volevo andare a meccanica. Alla fine ho dovuto cedere alla richiesta dei miei. Anche quell'anno va come il precedente, non avevo voglia di aprire libro e volevo solo stare con i miei amici a cazzeggiare. In classe conosco un ragazzo, aveva un anno in meno di me. Iniziai ad uscire anche con lui, mi ero stancato di stare tutte le sere con gli stessi amici, rinchiudermi al solito bar e ascoltare loro che parlavano di calcio. Volevo evadere da quella dinamica di gruppo che non sentivo neanche completamente mia. Questo nuovo ragazzo mi piaceva, era un bulletto, a quattordici anni aveva già il motorino, fumava le sigarette, aveva la ragazza, era un figo. Così mi staccai sempre di più dal gruppo per stare sempre più tempo con questo ragazzo e con la mia fidanzatina.

Una sera io e lui eravamo da soli al parchetto vicino casa nostra, tira fuori il pacchetto di sigarette e invece di prendere una di quelle, prende una canna. Subito l'accende e in quel momento non gli ho potuto dire di no, mi è passato il mondo davanti. Sapevo che faceva male, ma non potevo tirarmi indietro, avrei potuto perdere la sua amicizia e sarei stato costretto a tornare con gli amici di un tempo. Avevo paura di essere giudicato anche in quella circostanza, dovevamo essere uguali io e lui. Quella sera non ho dato molto peso all'effetto che mia ha dato quella prima canna, sono tornato a casa e ho dormito. La sera dopo l'occasione si ripresenta. Questa volta ho fumato un po' di più, mi sentivo bene, abbiamo riso, scherzato, non aveva più i freni inibitori, ci siamo divertiti senza pensieri. Da quel momento non ho più smesso di cercare quelle sensazioni, quella sostanza.



Fonte; (https://www.wefree.it)